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Utente: maurogermani
Nome: Mauro Germani
Nel 1988 ho fondato la rivista di scrittura, pensiero e poesia "Margo", che ho diretto fino al 1992. Nell'ambito della narrativa ho pubblicato "Racconti segreti" (Forum,1985) e "Il prescelto" (Alberto Perdisa Editore, 2001), mentre nell'ambito della poesia ho pubblicato "L'attesa dell'ombra" (Schema, 1988), "L'ultimo sguardo" (La Corte, 1995), "Luce del volto" (Campanotto, 2002), "Livorno" (L'arcolaio, 2008, www.editricelarcolaio.it) AVVERTENZE Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto essere considerato un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. Alcune delle immagini sono prese dalla rete e, ove presente, ne viene riportata la paternità. Per qualsiasi esigenza di copyright, si prega di contattare il gestore del blog, che provvederà alla rimozione immediata.

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giovedì, 19 novembre 2009

GIORGIO GABER - IL TEATRO CANZONE E L'INTEREZZA

http://www.socialismolibertario.it/gaber.bmp

Nel
Teatro-Canzone, l'originale forma artistica creata e perfezionata con gli anni da Giorgio Gaber e Sandro Luporini a partire dal 1970, prosa e musica, monologhi e canzoni si alternano, funzionali gli uni agli altri all'interno di un discorso unitario. Col passare del tempo, poi, i brani in prosa hanno sicuramente evidenziato un'evoluzione, acquisendo non solo una funzione sempre più rilevante negli spettacoli, ma anche una cifra stilistica più compiuta e complessa, una scrittura più attenta e ricercata. Senza dubbio hanno giocato un ruolo determinante i riferimenti ad autori come Celine, Borges, Beckett, Sartre, Pasolini ed altri ancora, ma Gaber e Luporini hanno saputo farli propri, utilizzandoli in modo sapiente ed originale, all'interno del loro modo di fare teatro.
I riferimenti maggiori sono senz'altro rivolti a Celine e riguardano soprattutto l'interesse nei confronti della fisicità dell'esistenza, la corporeità, la natura, gli improvvisi furori "apocalittici", il degrado morale dell'uomo e il rapporto con la morte. L'attenzione al corpo è presente in tutta l'opera di Gaber, dove tutto è "fisicizzato" in maniera problematica e il corpo è caratterizzato da un'ambivalenza di fondo, una contraddizione che pare insanabile e che diviene una sorta di ossessione, un misto di attrazione e paura, tra la volontà di una autentica appropriazione e la coscienza di un'impossibilità, di un'impotenza irrimediabile.
Gaber si è sempre occupato dell'uomo, dei suoi tormenti, della sua capacità di essere veramente se stesso. E' da qui che nasce l'interesse nei confronti della società e dei conflitti in essa presenti: la società si può comprendere solo partendo da se stessi, non si può eludere l'individuo. Ed uno dei temi prevalenti in Gaber è quello dell' interezza, del rapporto tra idee e sentimenti, tra ciò che pensiamo e ciò che facciamo, tra mente e corpo. Il tema dell'interezza coinvolge non solo l'individuo, il soggetto nella sua struttura, ma anche il suo rapporto con l'esterno, con gli altri, con la società, con il potere politico. Se non c'è interezza, non c'è nemmeno autenticità, l'individuo è scisso, malato, e tutte le sue manifestazioni saranno sempre a metà, inconcluse o inconcludenti.
Nella canzone L'elastico, ad esempio, inserita nello spettacolo Far finta di essere sani della stagione 1973/74 e che si richiama alla lettura dell'Io diviso di Laing, la scissione mente/corpo ha esiti drammatici e diviene vera e propria patlogia.
L'impotenza è invece una canzone che nasce dall'incapacità di vivere pienamente non solo una situazione d'amore, ma anche la realtà del presente, "in un tempo così provvisorio"; il tutto unito al desiderio di "esser giusti su un metro di terra, sentire il corpo in perfetto equilibrio". Ed è proprio la mancata interezza che ci rende impotenti nei sentimenti, soprattutto nell'amore.
L'integrità del soggetto riguarda anche il rapporto con la società e il potere politico. Gaber ha sempre analizzato con precisione e spesso in anticipo sui tempi le contraddizioni della nostra società, le mode, gli atteggiamenti, le ipocrisie di tutti noi: dai primi spettacoli in cui guardava con interesse e simpatia, ma sempre in modo lucido e critico, al movimento giovanile derivato dal Sessantotto, fino alla sua presa di distanza con Polli di allevamento della stagione 1978/79 per poi proseguire con le riflessioni e le analisi degli spettacoli successivi sull'appiattimento dell'individuo, il gusto dilagante dell'effimero, la mancanza di slacio utopistico e di senso collettivo, l'inarrestabile espansione del mercato e lo scadimento delle coscienze.
Uno spettacolo importante nel percorso di Gaber è stato Libertà obbligatoria della stagione 1976/77 a cui risale la canzone Si può, riproposta con alcune variazioni ma immutata nella sostanza nel CD La mia generazione ha perso del 2001. E' la libertà senza coscienza e senza rigore del "si può far tutto", in cui l'individuo scompare perché sembra avere perduto due importanti prerogative, fondamentali per Gaber: il potere su se stesso e la capacità di pensare autonomamente.
E' indispensabile citare, poi, la canzone Io se fossi Dio del 1980, un'invettiva apocalittica e violenta, di circa 14 minuti, davvero unica nella nostra storia culturale, un personalissimo giudizio universale di Gaber contro ogni schematismo mentale e ideologico, contro la falsa coscienza e l'ipocrisia dilagante, un grido solitario di chi si sente sempre più diverso dalla logica dominante. Bisogna dire che nella produzione di Gaber vi sono diversi brani che sono invettive o che esprimono rabbia, sdegno nei confronti di un uomo "devastato", che ha perso la propria essenza a causa di una degradazione morale generale. A questo proposito possiamo citare brani come Quando è moda è moda, La festa (ispirata ad alcune pagine di Viaggio al termine della notte di Celine) e soprattutto La razza in estinzione. E che dire poi di Qualcuno era comunista, amarissima riflessione sui sogni infranti di una generazione, su quello slancio vitale e appassionato con mille motivazioni diverse, alcune ingenue altre estremamente serie, che improvvisamente si è spento?
Io ho avuto la fortuna di assistere a tutti gli spettacoli di Gaber a partire da Il signor G.
Fin dalla prima volta rimasi colpito dal suo modo di stare sulla scena. C'era in lui un'aderenza straordinara alle parole e alla musica, da cui scaturivano una forza ed un'energia che coinvolgevano gli spettatori. Ogni volta in teatro accedeva un fatto fisico: si percepiva proprio fisicamente la sua opera. I suoi movimenti erano tutt'uno con i pensieri, le emozioni e i sentimenti che esprimeva. In essi si coglieva l'autenticità della sua opera, il tormento segreto di quei gesti, l'urgenza di comunicare una verità altrimenti inconfessabile. In teatro si realizzava veramente una partecipazione e non la semplice fruizione di uno spettacolo. Si andava a vedere Gaber per avvertire di nuovo quell'energia unica che veniva dalla sua figura, per sentire qualcuno vicino a noi, ma anche per metterci in discussione stimolati dai suoi monologhi e dalle sue canzoni. I testi di Gaber, sia quelli del Teatro-Canzone, che quelli del Teatro di Evocazione (costituito quest'ultimo dalla sola prosa, come ad esempio Il Grigio o Il dio bambino) erano una cosa unica con lui, in quanto divenivano proprio il suo corpo, la sua gestualità, la sua inconfondibile voce. Vivevano in lui e con lui. Non è che non avessero valore in sé, anzi, vi era in essi una ricerca di scrittura, di stile e di ritmo non indifferente, ma tutto passava attraverso di lui, il suo corpo, la sua mimica. Di qui l'unicità e l'insostituibilità di Gaber.

Mauro Germani

domenica, 15 novembre 2009

CELINE - VIAGGIO AL TERMINE DELLA NOTTE

ldi1186p-let-celine.jpg image by heartlands

Pubblicato nel 1932, Viaggio al termine della notte, primo romanzo di Louis-Ferdinand Celine, è indubbiamente uno dei maggiori libri del Novecento. Il protagonista Ferdinand Bardamu si muove all'interno di una realtà che si dà a frammenti, spesso crudeli e violenti, qualcosa che sembra avere smarrito da sempre il proprio senso, la propria giustificazione. Sono lampi di gratuità nella notte, destini solitari e dannazioni ai margini dell'abisso, gesti, parole, incontri, illusioni, addii, inizialmente dentro la prima guerra mondiale, poi nella deriva dell'Africa coloniale, nel capitalismo già feroce e alienante dell'America del primo dopoguerra e infine nei sobborghi di una Francia "malata" e povera.
Ferdinand passa da un evento all'altro, da un incontro all'altro senza capire, sempre in fuga da se stesso e dagli altri, vero e proprio antieroe, lacerato dalla paura di vivere, ossessionato come Celine dalla fisicità dell'esistenza, dalla materia organica, dalla carne degli uomini e del mondo. E la scrittura stessa, volutamente bassa e "sporca" ma mai casuale (Celine lavorava sulla parola come pochi) pulsa sulla pagina, diviene anch'essa materia vivente, anzi materia nella materia, penetra gli anfratti dei luoghi, ne assorbe gli odori e ne ricerca le ombre, entra nelle viscere della gente, svelandone le bassezze, le ipocrisie, le illusioni, gli egoismi senza rimedio.
Tutti i personaggi del romanzo sono corpi gettati dentro il corpo buio e disgregato della
realtà, inghiottiti nel suo ventre oscuro, precipitati nella vita che li stordisce e li costringe a difendere con più o meno tenacia i propri sogni e le proprie miserie.

Nessuno di loro si salva, nessuno può essere salvato in questo gioco sporco e beffardo, in questo continuo ricatto a cui li sottopone il destino. Ognuno è solo e l'amicizia e l'amore non fanno che denunciare la loro pochezza o addirittura la loro impossibilità, ("L'amore è l'infinito messo alla portata dei cani") la solitudine disperata dell'uomo. Ecco allora il rapporto del protagonista con Molly, dolce e gentile prostituta americana (e a ben vedere forse l'unico personaggio davvero positivo del libro) e con Leone Robinson, sventurato compagno di fughe, una sorta di alter ego di Ferdinand, destinato ad una morte violenta in uno dei momenti più intensi del romanzo. Perché, in fondo, è proprio la morte che incombe su tutta la storia, come un incubo da cui si cerca di scappare o a cui si corre involontariamente incontro.
Mauro Germani



La guerra insomma era tutto quello che non si capiva. (p. 12)

Tutto ciò ch'è interessante succede nell'ombra, certamente. Non si sa nulla della vera storia degli uomini. (p. 66)

Ve lo dico, o buona gente, imbecilli della vita, battuti, sfruttati, vi avverto, quando i grandi di questo mondo si mettono ad amarvi, gli è che vogliono trasformarvi in salami da battaglia...

Nei riguardi di una ragazza del luogo, Molly, provai presto un eccezionale sentimento di confidenza che, negli esseri umani, tiene il posto dell'amore. (p. 240)

Ritornavamo verso la folla e io poi la lasciavo dinanzi a casa sua, perché di notte lei era occupata con la sua clientela sino al mattino. Mentre lei era con i clienti, sentivo un senso di pena, e quella pena mi parlava di lei così bene che la sentivo in me meglio ancora che nella realtà. (p. 244)

Lo spirito s'accontenta con delle frasi, il corpo non è così, è più difficile lui, gli occorrono dei muscoli. E' qualcosa di sempre vero un corpo, è per questo che l'è quasi sempre triste e disgustoso da vedere. (p. 284)

Non c'è da farsi illusioni, le persone non hanno nulla da dirsi, si parlano soltanto delle loro pene, ognuno le sue, inteso. Ognuno per sé, la terra per tutti. Cercano di scaricarsi della loro pena, l'uno sull'altro, nel momento dell'amore, ma non ci si riesce, e hanno un bel fare, la conservano tutta intera la loro pena, e ricominciano e cercano ancora una volta di collocarla altrove. (p. 305)

Di terribile in noi e sulla terra e in cielo forse c'è soltanto quello che ancora non è stato detto. Non si sarà tranquilli se non quando tutto sarà stato detto, una volta per sempre, allora finalmente si farà silenzio e non si avrà paura di star zitti. Sarà così. (pp. 340 - 341)

Ondate incessanti di esseri inutili vengono dal fondo delle età a morire continuamente dinanzi a noi, eppure si rimane là a sperare tante cose... Incapaci persino di pensare a quella morte che noi stessi si è.  (p. 346)

Questo nostro corpo, travestito con molecole agitate e banali, si rivolta continuamente contro questo scherzo atroce del durare. Vogliono andarsi a perdere le nostre molecole, al più presto, nell'universo quelle vezzose! Soffrono d'essere solamente "noi", cornuti dell'infinito. Si scoppierebbe se s'avesse del coraggio, invece ci si disgrega solo da un giorno all'altro, La nostra tortura prediletta è rinchiusa lì, atomica, nella nostra pelle stessa, col nostro orgoglio.  (p. 351)

E' questa, la vita, un po' di luce che finisce nella notte. (p.353)

Ci si poteva ancora domandare quel che avrebbe fatto per finirla. Il ventre gli si gonfiava. Ci guardava Leone, già fissamente, gemeva, ma non troppo. Era come una specie di calma. L'avevo già visto molto malato, io, e in punti differenti, ma questa volta era una cosa in cui tutto era nuovo, i sospiri, gli occhi e tutto. Non si poteva più trattenerlo, e se ne andava di minuto in minuto. Sudava gocce così grosse che pareva piangesse con tutta la faccia. In quei momenti, è seccante essere diventati poveri e duri come si è. Si manca di quasi tutto quel che occorre per aiutare qualcuno a morire.  (pp. 510 - 511)

Lontano, un rimorchiatore ha fischiato; il suo appello ha passato il ponte, ancora un'arcata, un'altra, la chiusa, un altro ponte, lontano, più lontano... Chiamava a sé tutti i barconi del fiume, tutti, e la città intera, e il cielo e le campagne, e noi e tutto trascinava, anche la Senna, tutto, e che non se ne parli più.  (p. 519)

Viaggio al termine della notte, dall'Oglio, Milano, 1978 - Traduzione di Alex Alexis



 
mercoledì, 11 novembre 2009

CELINE - IL DISASTRO DELLA REALTA'

 
http://www.raucci.net/wp-content/uploads/2009/03/celine.jpg

L'opera di Louis -Ferdinand Destouches, in arte Celine (1894-1961), scrive il disastro del
mondo, ne penetra la carne, ne attraversa la notte, tra verità e delirio, compassione e misantropia. Anarchico nel cuore e nemico delle idee ("Le idee, non c'è niente di più volgare"), Celine aveva interesse solo per ciò che domina la natura istintuale dell'uomo, il suo essere corpo offeso, gettato da sempre nel magma primordiale e incomprensibile della vita.
Scrittore estremo di invettive, di maledizioni e di tragici errori, antisemita e collaborazionista, reazionario e rivoluzionario, violentemente contraddittorio e perennemente in fuga, contro la Storia e contro il destino, fu ossessionato dalla parola e dallo stile, di cui era giustamente orgoglioso. La sua genialità, accompagnata da un furore incalzante e da una visione angosciata e allo stesso tempo beffarda della condizione umana, gli permise di creare un linguaggio inconfondibile, una prosa antiletteraria, sincopata e sospesa, frammentata, fisica, ricca di umori, dai toni alternati, in cui il francese è unito all'argot, alla ricerca di un'emozione vera, oltre la carta stampata.
Il risultato è una partitura teatrale e musicale unica, in cui la scrittura diviene spesso un racconto-monologo percorso da fremiti improvvisi e da sospensioni continue, tra momenti abissali di degrado e di visionarietà, non privi talvolta di intensi squarci lirici, all'interno di una realtà che pulsa come un enorme organismo vivente.
La vicenda umana di Celine, con le sue colpe e i suoi misfatti, si scontra dunque con il valore innegabile della sua opera. Ma come separarle? Celine è stato tutto questo ed
occorre prenderne atto. A proposito dei libelli antisemiti e soprattutto di Bagatelles pour un massacre, qualcuno ha parlato di fine improvvisa e precoce di un talento folgorante, ma in realtà non è così se si considera il valore dei romanzi scritti negli anni Cinquanta. Come ha scritto Giovanni Raboni, bisogna riconoscere "la straordinaria bellezza, la trascinante forza comunicativa, l'irresistibile fascino emotivo della prosa di Celine presenti nei 'libelli', quanto negli altri suoi libri", senza naturalmente "svaporare in innocenti arabeschi le atroci affermazioni di cui sono, lì, effettivamente e incontestabilmente portatori". Non si può negare l'antisemitismo come del resto la forza della sua scrittura, ma forse dietro l'odio antisemita c'è in Celine qualcosa di più, cioè un atto di accusa contro tutta l'umanità (il suo ultimo libro, Rigodon, è dedicato agli animali), il suo radicale pessimismo ed il suo orrore per il mondo, come testimoniano le seguenti dichiarazioni tratte da alcune interviste rilasciate dallo scrittore negli ultimi anni della sua vita e pubblicate nel 1989 sulla rivista "Poesia". Dichiarazioni che colpiscono anche per la loro natura "profetica" a proposito della televisione e della pubblicità.
Mauro Germani

C'è pochissima leggerezza, nell'uomo. E' pesante. E adesso, poi, è di una pesantezza straordinaria. (...)
Infermi. Pesano, sono infermi, ecco. La pesantezza li rende infermi, e così bisogna diffidare di loro. Sono pronti a tutto. Ah, sì, pronti a tutto. Sono pronti a uccidere.

Siamo nell'epoca della pubblicità e della meccanica. E così...il robot geniale...l'autore di successo...

Si occupano di faccende grossolanamente alimentari o aperitive; bevono, fumano, mangiano in modo tale da uscire fuori della vita - per la vita. Digeriscono. Digerire è un atto molto complicato (ne conosco il meccanismo) che li assorbe totalmente: cervello, corpo... Non sono più niente, non sono più che grasso di maiale. Sedetevi in un caffè guardate la gente: sin dalla prima occhiata vedrete tutte le specie di distrofie, di volgari invalidità. Sono orribili, fanno pena!

La TV è pericolosa per gli uomini. L'alcolismo, la chiacchiera e la politica ne fanno già dei bruti. Era proprio necessario aggiungerci qualcos'altro? (...) Nessuno potrà impedire la marcia in avanti della TV. Presto cambierà tutti i modi di ragionare. E' uno strumento ideale per la massa. Sostituisce tutto, elimina lo sforzo, assicura una gran tranquillità ai genitori. I bambini si appassionano a questo fenomeno. C'è un dramma oggi: si pensa senza sforzo.

La TV, tutta quella roba, sono dei mezzi talmente inferiori per abbruttire... Il quotidiano, il mensile, tutto quanto... Talmente massiccio che neanche le teste più solide ce la faranno a resistere... Saranno abbruttiti fin dall'infanzia...

Nelle Scritture, sapete, sta scritto:" Al principio era il Verbo". No! Al principio era l'emozione. Il verbo è venuto dopo per sostituire l'emozione. (...) Si è fatto uscire l'uomo dalla poesia emotiva per farlo entrare nella dialettica, cioè nel farfugliamento, non è vero? o nelle idee. Le idee, non c'è niente di più volgare. Le enciclopedie sono piene di idee, ce n'è  quaranta volumi, enormi, pieni di idee. Buonissime, per carità. Eccellenti: Che hanno fatto il loro tempo. Ma non è questo il punto, Non sono affar mio le idee, i messaggi. Non sono un uomo da messaggi, non sono un uomo di idee. Lo stile, diamine, tutti ci si fermano davanti, nessuno ci arriva.

Eh, mio Dio, devo confessarvi che non ne ho mica molta di gioia. Non sono un tipo gioioso, non sono un passeggero. Confesso che sarò contento quando morirò, ecco la verità. Desidero morire nel modo meno doloroso possibile, soprattutto non ho bisogno, non sono assetato di dolore.

...L'amore di cui abbiamo ancora il coraggio di parlare in questo inferno, come se si potessero comporre delle quartine in un mattatoio. L'amore impossibile oggi come oggi.

Il grande ispiratore è la morte! Se non mettete la vostra pelle sul tavolo, è pura tiritera... Bisogna rischiare qualcosa... Non raccontare quello che ha fatto un altro... Bisogna pagare di tasca propria...

Oggi la gente è pesante, abbruttita. Non fanno altro che bere. Dei mucchi di budella, sì, di budella!!! La trippa fa andare il mondo...

da "Poesia"- Anno II - numero 1 - Gennaio 1989 - pp.10 - 20
domenica, 08 novembre 2009

COLLOQUI SULLA POESIA. MILO DE ANGELIS


 

COLLOQUI SULLA POESIA. MILO DE ANGELIS, a cura di Isabella Vincentini, La Vita Felice, 2008

Ospito volentieri questo scritto di Federico Battistutta sul libro Colloqui sulla poesia. Milo De Angelis (a cura di Isabella Vincentini), già apparso sulla rivista "La Stella del Mattino". Il libro è davvero interessante e prezioso e raccoglie 22 interviste rivolte a Milo De Angelis dal 1990 al 2007. Allegato al libro, vi è inoltre un DVD  della durata di circa un'ora con delle immagini inedite di De Angelis.

Ho letto di recente l'intervista a uno scrittore contemporaneo scandinavo in cui si parlava del rapporto tra l'opera e la vita di un autore: egli sosteneva che il testo vanta una vita propria rispetto all'autore; indagarne la biografia non aggiunge o toglie nulla riguardo al valore dell'opera; ancora: se la vita privata di uno scrittore suscita tanto interesse nei lettori e nei critici è lecito il sospetto che ciò sia indice del fallimento del suo lavoro.
A queste riflessioni aggiungiamo qualcosa di specifico riferito al lavoro poetico. Un ulteriore segno di fallimento può consistere nell'incontrare un autore, davanti al pubblico della sua poesia, disposto a salire in cattedra e spiegare con compunzione il significato dei versi composti. L' "adesso te la spiego" riferito a una poesia è cifra emblematica del suo disastro.
Queste considerazioni, per nulla originali per chi si propone di affrontare con sufficiente maturità lo spazio letterario, le proponiamo come esergo a questo ricco volume dedicato al poeta Milo De Angelis. Le proponiamo proprio per stornare il sospetto circa il valore di un libro come questo, che si colloca a margine di un'opera poetica. Del resto, è con il margine che si confronta da sempre la parola poetica: sia il margine sulla pagina e l'andare a capo, sia il margine di senso costituito nel verso (oscurità o eccedenza della parola poetica).
Il presente volume raccoglie una serie di conversazioni (diverse per lunghezza e intensità), apparse nell'arco di quasi vent'anni su quotidiani, antologie e riviste oramai introvabili, con un poeta che si è contraddistinto per la sua composta riservatezza; un abito oggi decisamente fuori uso.
Chi frequenta la poesia contemporanea non ha probabilmente bisogno che gli si presenti Milo De Angelis. A chi, invece, una volta lasciati i banchi di scuola ha cessato di ascoltare la voce dei poeti, diciamo che l'autore in questione è uno dei maggiori poeti contemporanei italiani. Ha al suo attivo sei volumi e la sua ultima raccolta (Tema dell'addio, Milano, Mondadori, 2005) - vincitrice fra l'altro del Premio Viareggio -, un'elaborazione poetica e umana della prematura scomparsa della propria moglie, merita una menzione particolare. E' anche critico e studioso di letteratura, oltre ad essere traduttore dal francese e dalle lingue classiche (in un vecchio numero della rivista parlammo della sua versione di alcuni versi del De rerum natura di Lucrezio).
Tornando a quanto si diceva all'inizio, non vi è nulla di artefatto, che si collochi sopra le righe o manchi il bersaglio, in questi Colloqui sulla poesia. De Angelis ci parla qui del dàimon della poesia e del dialogo serrato che da sempre lo accompagna con gli autori del passato, che divengono amici o maestri, che ammoniscono, aiutano, indicano una via; e i classici sono tali perché sanno essere contemporanei. I tragici greci e Lucrezio, Virgilio insieme a Baudelaire e Rimbaud, fino a Marina Cvetaeva, Celan, Michelstaedter, Drieu La Rochelle e Cesare Pavese, tanto per menzionare solo alcuni, a memoria, dei nomi propri che ricorrono; ma il repertorio è assai ampio, al punto che vien da pensare a Mallarmé e al suo celebre verso, j'ai lu tous les livres ("ho letto tutti i libri"): c'è desiderio continuo di conoscere e allo stesso tempo scacco di ogni enciclopedismo.
Ma c'è spazio nei vari colloqui anche per riflessioni dedicate alla religione (ancora i greci, ma anche il particolare rapporto fra parola e silenzio che si instaura in India, dal vedanta fino a Jiddu Krishnamurti); o al rapporto sororale esistente tra pensiero e poesia, nella ricerca di una comune origine; o nei confronti della storia ("L'opera poetica è storica in una maniera paradossale, perché, certo, deve appartenere a un foglio del calendario (...) però, al tempo stesso sa che andrà oltre quel foglio"). E altro, altro ancora.

Federico Battistutta, La Stella del Mattino, n. 4/2008
 
postato da: maurogermani alle ore 14:49 | link | commenti (1)
categorie: poesia, de angelis milo, battistutta federico
giovedì, 05 novembre 2009

FILIPPO RAVIZZA - TURISTA

Ravizza Filippo - "Turista"
 

FILIPPO RAVIZZA ,TURISTA ,LietoColle, 2008, euro 10,00
Due testimonianze: Sebastiano Aglieco - Mauro Germani

Il turista di Filippo Ravizza non è un semplice osservatore e neppure un testimone, ma un soggetto che attraversa il territorio dell'esistenza
, un "attore della luce", che si apre agli eventi umani e ai paesaggi, colti in attimi che restano nella parola, piccole o grandi rivelazioni che rimandano al mistero dell'essere. C'è in questi versi una forza oppositiva all'indifferenza del tempo, una volontà tenace di cogliere nella visione il segno della Storia, le tracce di una civiltà comune, una Heimat del cuore e della speranza, mentre incombe la vanità del tutto e l'accerchiamento di una "verità alta e insuperabile / lo sguardo asciutto e folle / che chiamasti il niente" (...)

Mauro Germani (pp. 10 - 11)


LE CITTA'

Barcollavano. tremava lo scenario
allora di quelle finestre, quegli
alberghi. Oppure mi venivate a colpire
la spalla, sbandando sui marciapiedi;
in tutte le tue città Europa passano
di sera incerti poca luce negli occhi
i tuoi ragazzi, attori dei percorsi
trascinati di vetrina in vetrina,
di bar in bar, nell'aria piena
del sentore dell'alcol... e non c'è
meta sono le vetrine percorso
e termine percorso e fine
così il vino, la birra, il whisky;
paiono essere immersi da sempre
pare l'unico destino rimasto
per loro e per te
in questo nuovo secolo
grigio futuro futuro senza scampo.



ESSERE IN LEI

Cresce Milano colore
che passa, corrente veloce
fiume d'uomini ed è
una sera un giorno un anno,
duemilaquattro, chi lo sa
quale sarà la nostra offerta
libertà, paziente il primo
verso si apre, diceva lei,
si apre nella mente
e ancora questa piazza
mi prende per mano mi
dice: ascolta, ascolta la luce,
senti come vita che bussa
alla porta il desiderio di entrare,
da lì vedere il mondo
da lì essere in lei.


LA FORZA CHE RIMANE

Circolo chiuso del tempo
centro chiuso nel tempo
cosa può dire una parola?
Dica la forza che rimane
oltre la fuga e il niente
oltre ciò che schiaccia chiamato
nulla... oltre i volti nella luce
dell'inizio, come viaggiare è stato
solo un tempo acuto e vero
in cui morire tra le cose,
gli esseri della natura intorno.


TURISTA

Netta, netta la speranza
consoli coorti chiedevano
più luce forse più biada
per i cavalli saliva guado
delle correnti poca acqua stretto
letto del Danubio a Ratisbona
qui - diceva - proprio qui finiva
l'impero qui i Romani là i Barbari
in mezzo questo fiume ancora piccolo...
ed io pensavo con stupore a come
loro potessero vedersi come
potessero parlarsi o di notte
quasi vivere sul fiume nella
chiarità dei fuochi degli altri...
poi all'improvviso venne il fulmine del tempo
e nello spazio si concentrò incandescente
cono fuso luce prospiciente tremanti
i piedi e vivo il lampo dentro gli occhi
ecco turista ecco la visione bussare
dentro, scavare dentro, sciogliersi dentro,
portare ancora la salvezza nell'idea
l'idea che dice altri sono stati altri
seguiranno non siamo non siamo soli
o Germania gentile Germania mia
di questa estate del duemilasei.



*
Villaggi aperti dell'ortodossia
isbe del cuore parimenti cercate
come verranno cosa saranno le illusioni?
Pensi ancora alle battaglie? Sai ancora
di popoli e poeti insieme nella marcia?
Case vaste della sopravvivenza quali
passi quali colpi contro il tempo
contro questa aria ferma innalzeremo?
Ecco, ecco la speranza ancora vivere
e ti depista e ti distoglie e ti acceca
e più non vedi: ascolti? Tutto è solo
florescenza nasce e cresce senza
fine e questo proprio questo è
la verità alta e insuperabile
lo sguardo asciutto e folle
che chiamasti il niente.


*

A milioni in casa tua
o sottile conoscenza che
forse non ci sei partendo
in queste piogge guardando
dove noi possiamo chinare
il capo contro il vento
e proseguire sul terreno
amato, come una lingua
ferita una alta compagnia
mentre si accumulano gli anni
ma ancora non si placa
non vacilla la parola arco
di tensione spinta che ci
scambia ci tocca cosa
tra le cose e impone
il suo confine o vita
vita nostra che pure non esisti
veramente percepita ventilata
assenza... torna scintillando
e chiama una più grande volontà
sappimi scegliere o canzone
cadi a disegnare forte una
potenza un più limpido destino.
 







 
 
postato da: maurogermani alle ore 13:52 | link | commenti (1)
categorie: poesia, ravizza filippo
lunedì, 02 novembre 2009

PASOLINI - LA VOCE NEL DESERTO

http://www.pol-it.org/ital/images/pasolini.jpg

Il 2 novembre 1975 moriva assassinato Pier Paolo Pasolini in circostanze non del tutto chiarite, in quanto la versione ufficiale del delitto presenta a tutt'oggi molti punti oscuri e suscita interrogativi senza risposta. Le indagini svolte si sono infatti rivelate piuttosto frettolose e incomplete, se non addirittura devianti. L'assassinio di Pasolini rientra purtroppo nei tanti misteri insoluti del nostro Paese, lasciando così, ancora una volta, inquietanti ombre sui nostri apparati istituzionali e sui rapporti sotterranei (ma non per questo meno importanti) tra stato, cultura e società.
Pasolini è stato indubbiamente un artista ed un intellettuale scomodo, diverso. Nonostante la sua popolarità, è sempre rimasto ai margini della cosiddetta cultura ufficiale, nella quale non si è mai riconosciuto ed anzi l'ha combattuta strenuamente, pagando ogni volta in prima persona, con numerosi processi, il coraggio del proprio pensiero e della propria opera.
Nessuno meglio di lui ha saputo denunciare la trasformazione e l'arroganza del Potere, la sua moderna impersonalità, il ruolo determinante dell'informazione e in specie della televisione, intuire la deriva antropologica del nostro Paese, quell'omologazione culturale, quella finta libertà, quello sviluppo senza progresso, quel consumismo e quell'edonismo, quella dittatura del mercato che hanno cambiato radicalmente le nostre esistenze.
Si ha un brivido, oggi, a rileggere i suoi
Scritti corsari, pubblicati sul Corriere della Sera dal 1973 al 1975. Essi ci colpiscono infatti per la lucidità, l'impegno, la chiarezza, il rigore che li contraddistingue, ma anche per la loro natura profetica e disperata, per quel senso di fine ineluttabile che si respira, per quella continua perdita esistenziale e fisica di noi, per le nostre facce cambiate, per il nostro essere persone mancate.
Quanti allora capirono Pasolini?
La sua voce fece sempre scandalo, fece paura, ma fu voce nel deserto.
Oggi basta guardarsi attorno, accendere la televisione, sentire e vedere chi ci governa per capire che Pasolini aveva ragione.


Mauro Germani


PIER PAOLO PASOLINI
Scritti corsari


(...) C'è in Italia un nuovo Fascismo che fonda il suo potere proprio sulla promessa della "comodità e del benessere" (...) Benché tale Regime abbia fondato il suo potere su principi sostanzialmente opposti a quelli del Fascismo classico (...)  esso può ancora lecitamente essere chiamato fascista. Perché? Prima di tutto perché l'organizzazione dello Stato, ossia il sotto-Stato è rimasto praticamente lo stesso: anzi, attraverso, per esempio, l'intervento della Mafia, la gravità delle forme di sottogoverno è molto aumentata. (...) La continuità tra il ventennio fascista e il trentennio democristiano trova il suo fondamento sul caos morale e economico, sul qualunquismo come immaturità politica e sull'emarginazione dell'Italia dai luoghi per dove passa la storia. Ciò che ha differenziato, formalmente, gli antichi padroni fascisti dai nuovi padroni democristiani (che di cristiano non hanno ormai proprio più nulla: hanno cinicamente gettato la maschera) è l'esercizio del potere: il ventennio fascista è stato una dittatura, il trentennio democristiano è stato un regime poliziesco parlamentare. (pp. 39 -40)


Lo "sviluppo" pragmaticamente voluto dal Potere, si è istituito storicamente in una specie di epoché, che ha radicalmente "trasformato", in pochi anni, il mondo italiano. (...)
La cosa, in realtà, è enorme: è un fenomeno, insisto, di "mutazione" antropologica. Soprattutto forse perché ciò ha mutato i caratteri necessari del Potere. (...)
L'omologazione "culturale" che ne è derivata riguarda tutti: popolo e borghesia, operai e sottoproletari. Il contesto sociale è mutato nel senso che si è estremamente unificato. La matrice che genera gli italiani è ormai la stessa. (...) Essi sono culturalmente, psicologicamente e, quel che è più impressionante, fisicamente, interscambiabili. (p. 53)


Camminando per le strade si è colpiti dall'uniformità della folla: anche qui non si nota più alcuna differenza sostanziale, tra i passanti (soprattutto giovani) nel modo di vestire, nel modo di camminare, nel modo di essere seri, nel modo di sorridere, nel modo di gestire, insomma nel modo di comportarsi. (..)
L'ansia del consumo è un'ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato. Ognuno in Italia sente l'ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell'essere felice, nell'essere libero: perché  questo è l'ordine che egli ha inconsciamente ricevuto, e a cui "deve" obbedire, a patto di sentirsi diverso. Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza. L'uguaglianza non è stata infatti conquistata, ma è una "falsa" uguaglianza ricevuta in regalo. (p. 76)

Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, 1975


 




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domenica, 01 novembre 2009

GIOVANNI PASCOLI - LA VERTIGINE

http://www.homolaicus.com/letteratura/images/giovanni_pascoli.jpg


IL BARATRO DEL CIELO
Nella poesia La vertigine di Giovanni Pascoli, pubblicata in "Rassegna contemporanea" del gennaio 1908 e poi confluita nella raccolta Nuovi poemetti del 1909, è lo sgomento cosmico il sentimento prevalente. Qui la coscienza dello sradicamento dell'uomo si manifesta in un horror vacui che tutto inghiotte e cancella, in un precipitare angoscioso e vano dell'esistente. Non c'è il senso del "dolce naufragar" leopardiano, ma piuttosto l'orrore della caduta, della voragine che si spalanca sotto e intorno a noi e ci immerge "nell'eterno vento". La poesia si apre con lo spavento che Pascoli prova nei confronti degli uomini e della vita stessa. E i pronomi personali "voi" ed "io" rivelano tutta la solitudine del poeta che vive una sorta di sdoppiamento, in quanto è al contempo osservatore ed osservato: il destino degli uomini barcollanti sull' "aerea terra" è infatti anche il suo. Chi li trattiene? Chi lo trattiene? Non c'è più alcuna legge di gravità, non ci sono appigli a cui aggrapparsi in "questa informe oscurità volante" che è la terra, e la nostra stabilità è solo un'illusione. L'uomo, allora, è come Pascoli stesso, è orfano, è abbandonato, ha perso chissà dove e chissà quando il suo nido, le sue radici, ed è solo di fronte al buio, alla vita e alla morte, pericolosamente esposto al baratro del cielo in cui è destinato prima o poi a cadere.
Lo sguardo di Pascoli è come quello del bambino che spalanca gli occhi nell'oscurità della notte e che dalla stessa notte si sente osservato, prima d'esserne fatalmente rapito, ormai "senza più peso e senza senso", condannato ad un precipitare infinito "da spazio immenso ad altro spazio immenso".
Non c'è nessun compiacimento in Pascoli, ma al contrario una radicalità che non dà tregua ed anzi accresce il senso di agorafobia del testo, fino agli ultimi versi in cui la parola Dio non è da considerarsi consolatoria perché - come ha ben evidenziato Arnaldo Colasanti - "sta appesa alla vertigine, fa coincidere troppo violentemente in vano e sempre per essere davvero una speranza. La caduta, forse, è solo una discesa a vuoto".
Mauro Germani

LA VERTIGINE
 

Uomini, se in voi guardo, il mio spavento
cresce nel cuore. Io senza voce e moto

voi vedo immersi nell'eterno vento;

voi vedo, fermi i brevi piedi al loto,
ai sassi, all'erbe dell'aerea terra,
abbandonarvi e pender giù nel vuoto.

Oh! voi non siete il bosco, che s'afferra
con le radici, e non si getta in aria
se d'altrettanto non va su, sotterra!

Oh! voi non siete il mare, cui contraria
regge una forza, un soffio che s'effonde,
laggiù, dal cielo, e che giammai non varia.

Eternamente il mar selvaggio l'onde
protende al cupo; e un alito incessante
piano al suo rauco rantolar risponde.

Ma voi...Chi ferma a voi quassù le piante?
Vero è che andate, gli occhi e il cuore stretti

a questa informe oscurità volante;

che fisso il mento a gli anelanti petti,
andate, ingombri dell'oblio che nega,
penduli, o voi che vi credete eretti!

Ma quando il capo e l'occhio vi si piega
giù per l'abisso in cui lontan lontano
in fondo in fondo è il lucicchio di Vega...?

Allora io, sempre, io l'una e l'altra mano
getto a una rupe, a un albero, a uno stelo,
a un filo d'erba, per l'orror del vano!

a un nulla, qui, per non cadere in cielo!

Oh! se la notte, almeno lei, non fosse!
Qual freddo orrore pendere su quelle
lontane, fredde, bianche azzurre e rosse,

su quell'immenso baratro di stelle,
sopra quei gruppi, sopra quegli ammassi,
quel seminio, quel polverio di stelle!

Su quell'immenso baratro tu passi
correndo, o Terra, e non sei mai trascorsa,
con noi pendenti, in grande oblio, dai sassi.

Io veglio. In cuor mi venta la tuia corsa.
Veglio. Mi fissa di laggiù coi tondi
occhi, tutta la notte, la grande Orsa:

se mi si svella, se mi si sprofondi
lìessere, tutto l'essere, in quel mare
d'astri, in quel cupo vortice di mondi!

veder d'attimo in attimo più chiare
le costellazioni, il firmamento
crescere sotto il mio precipitare!

precipitare languido, sgomento,
nullo, senza più peso e senza senso:
sprofondar d'un millennio ogni momento!

di là da ciò che vedo e ciò che penso,
non trovar fondo, non trovar mai posa,
da spazio immenso ad altro spazio immenso;

forse, giù giù, via via, sperar...che cosa?
La sosta! Il fine! Il termine ultimo! Io,
io te, di nebulosa in nebulosa,

di cielo in cielo, in vano e sempre, Dio!

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categorie: poesia, pascoli giovanni, germani mauro, la vertigine
martedì, 27 ottobre 2009

LILIANA ZINETTI - NEL SOLO ORDINE RICONOSCIUTO

                 nelsoloordinericonosciuto 

















EDITRICE L'ARCOLAIO - Fuori collana - Euro 11,00

Qualcosa è successo, qualcosa che si chiama destino sta ancora succedendo in questi versi di Liliana Zinetti sospesi tra precarietà, attesa e memoria, segnati costantemente da un transito, un passaggio verso l'ombra, con qualche spiraglio di
"una luce avara".
Qui l'attimo che è stato è già da sempre l'attimo che sarà, la coscienza netta e precisa dell'ineluttabile, lo scacco del presente in quanto altro da sé, specchio del proprio nulla.
Ed è proprio questo, paradossalmente
, il solo ordine riconosciuto, la terra del nostro esistere qui, "controvento", mentre "la mano scrive nel buio / ciò che sta sospeso e trema" e "ospiti congedati / insistenti tornano / bussano alla porta / chiedono cos'hanno lasciato".

*
La luce che tarda,
il momento in cui cade
sul grigio dell'asfalto, trasmuta
nella brina i mattini.
Tra il muschio nero della notte
e i gesti esitanti dei fiori
è l'angolo cieco
dove tacciono i colori
dove aghi di ghiaccio ricuciono
i luoghi d'ombra, i vestiti
degli inverni
e dolente s'inarca il discrimine
di una distesa scurissima di voci
tra le parole e il niente.


*
Stremata carne, ventre di buio.
Incisa dai raggi freddi della luna.
Oh morta sera
d'inverno, novilunio.
Ruotano le stelle di Van Gogh
nel nero che hai scritto. Qui sono
le ombre, zampe di giorni
                             assiepati.

Colano, intridono le pareti
che credevi casa.

L'aria pura di aprile,
la luce esplosa dei colori.

Nessun posto dove stare.


*
Qualcosa di incompiuto straccia i giorni
come foglie dagli alberi, spegne
il guizzo della rosa.
Ho ascoltato la lingua
incarcerata dei morti, quel silenzio
a cui diamo parole e voce
per non sentirne il passo leggero
al fianco, l'urto dei confini,
questo andare nll'inaccaduto
come profili scoloriti dall'aria.
Così le sere di lampioni e neve,
fioca luce a ripetere il bianco
a frugare gli ossari bianchissimi
il taglio spiovente dei tetti.
Il greto aspro e lo scricchiolio
di passi sulla ghiaia
fino all'urto dell'acqua sulla bocca
al nome che mi cerca.


*
Mi cerca un tempo inquieto.
Giungono qui le morti, lo spavento
dei volti girati nel buio, le fotografie
cadute dalle cornici.
Viviamo a testa china, controvento.
I colori sotto la corteccia di una luce
avara, invernale, e sguardi
usurati dai ritorni.

Avanzo con cautela
perché si muovono veloci gli alberi
trascrivono nella carne
le cose fuggite dai nomi.

Imparo un tempo diverso, il tempo
della pietra, la paziente
geometria degli alberi
in un'attesa che ferma il volo
pietrifica l'ala sbarrata nell'azzurro.
Trattengo quel che posso: un'acqua leggera,
un suono, le corse dei viali.

La mano scrive nel buio
ciò che sta sospeso e trema.



Dalla sezione Uccelli di passo

*
Passano nell'aria
come uccelli sconvolti.
A volte, equilibristi goffi,
su fili di luce oscillano inquieti.
Guardano il futuro
con i nostri occhi.
Sono stati corpi, caldi
di carne e sangue.
Sono stati occhi e sguardi.
Fiamme spente, ora, alberi di fumo.

Ospiti congedati,
insistenti tornano
bussano alla porta

chiedono cos'hanno lasciato.


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categorie: poesia, zinetti liliana
sabato, 24 ottobre 2009

MAURO GERMANI - LIVORNO

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EDITRICE L'ARCOLAIO - Collana  I codici del 900 - Euro 11,50

VOLUME FINALISTA ALLA XXIII EDIZIONE DEL PREMIO 
LORENZO MONTANO
E AL PREMIO SAN DOMENICHINO 2009

Il libro è acquistabile on-line presso le seguenti librerie:
http://www.unilibro.it
http://www.deastore.com
http://www.libreriauniversitaria.it
oppure presso la casa editrice
http://www.editricelarcolaio.it

Livorno, fin dai primi componimenti, si offre come una "città Invisibile", che in quanto tale non si lascia mai di fatto incontrare nella scrittura di Mauro Germani. Livorno ci viene offerta più come un non-luogo, la traccia di un'assenza o dell'assentarsi di ciò che, per inerzia fruitoria, ci si potrebbe attendere di incontrare in una raccolta di poesie che porta il nome di una città...

Città in sé scontrosa, non-patria per vocazione, popolata più di ectoplasmi che di figure rassicuranti. Apparizioni che sembrano testimoniare del congedo di ogni trascendenza e, al tempo stesso, rendere urgente un presidio costante dell'immaginazione, un surplus di cura da parte dello sguardo poetico...

Fabio Botto, LA PATRIA DELLE OMBRE
in La poesia e lo spirito, 12 dicembre 2008, www.lapoesiaelospirito.wordpress.com



Dalla sezione "Livorno"


*
La morte che era nei Fossi
e quel futuro
quella parola nera
caduta per poco...

Restavano in silenzio gli anni
le cupole alte della notte
e le ceneri, gli avvisi
del tempo.

Restava così
la novella del mare
Livorno ed ogni voce
il mio pianto
in fondo al tuo nome.


*
Il duomo bianco nella notte
come un nome abbandonato.

E poi quel lamento del cielo,
i balconi accesi
nell'attesa,
sul precipizio del cuore.

Oh, lacrime senza volto,
fuoco d'esilio
e d'insonnia, congedo
di tutto l'universo.

Non c'era il tuo sguardo
a dirmi chi ero.


*
Chi ti rubava, chi ti sognava
quano nascondevi il tempo
e mi dicevi:"Resta ancora così,
resta in questa novella
bambino solo per me,
solo senza mondo,
attimo perduto della mia voce,
segreto del mio sangue.
Resta nel nulla che ami,
piccolo capitano del cielo,
piccolo fiore di vento..."


*
Il mare che chiamò
nella Fortezza
e subito divenne battito
in nome del tuo nome,
voce d'acqua
assediata dal tempo
e sempre
sempre leggenda
viso senza dimora,
febbre alta
nel cielo scoperto.


*
Non c'è - non ci sarà più
Livorno
o forse soltanto
qualcuno che scrive
su un piccolo foglio,
un'ombra lontana
che segna,
che macchia la terra.



Dalla sezione " Un dio di niente"


*
Scegliere il silenzio, ecco,
scrivere per non capire,
per non essere più...

Ma è così difficile
bruciare la voce,
così strana questa sera
malata e onnipotente,
questa follia di bocche
e di vento,
questo grido alle spalle
che sanguina
e trema
e mi perde.


*
Una casa per dire qualcuno oppure sempre.

Come a cercare un giorno,
una parola lontana, un tempo fermo.

Come trovare un'infanzia e una collina,
un attimo di terra, un destino vero,
nome e cognome in un punto solo,
una pausa infinita, un dio di niente...



Dalla sezione "L'Aperto"


*
Fu una domanda
una scintilla
negli occhi.

E poi
tracce senza
soccorso
una croce
vuota,
qualcuno
nel mattino
già freddo.

Tutto
a solcare
un peniero
un grido
fermo
all'infanzia
che diceva
"è presto,
è presto questo
battere sordo,
questo morire
a frammenti
nel cielo
di marmo,
questo nome
che non so pronunciare".

 


 
 




 
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giovedì, 22 ottobre 2009

LA TANA DI KAFKA

http://jujol.com/wp-content/uploads/2008/02/kafka_big1.jpg  
Il legame disperato tra Kafka e la sua opera (il continuo senso di angoscia e di insoddisfazione emergente nei Diari  e la volontà di distruggere ogni scritto) trova spiegazione proprio nel particolare rapporto che lo scrittore ebbe con la letteratura. Egli sapeva bene che l'unica sua aspirazione e vocazione risiedeva nello scrivere: era in questa attività che cercava la salvezza ("Scriverò, nonostante tutto, assolutamente: è la mia battaglia per l'esistenza"). Tuttavia dovette sperimentare che il potere della scrittura non era suo e che non aveva affatto la prova di scrivere veramente. I suoi testi lo ponevano in una condizione di esilio abissale ed egli era spesso costretto ad interrompere la scrittura, che così ritornava a quella misteriosa notte da cui era nata. Il destino della frammentazione e dell'incompiutezza lo perseguitava. Avvertiva allora in sé il senso di un doppio fallimento: quello di uomo, estrano agli altri uomini ("Che cosa ti lega a questi corpi delimitati, parlanti, lampeggianti dagli occhi, più strettamente che a qualunque altra cosa, diciamo, al portapenne che hai in mano? Forse il fatto che sei della loro specie? Ma non sei della loro specie, perciò appunto hai formlato questa domanda") e quello di scrittore, preso da una forza oscura e da una vertigine più grandi di lui.
Kafka era consapevole che l'unica possibilità autentica della sua esitenza dipendeva dalla letteratura, ma sapeva anche che le leggi tremende e misteriose di quest'ultima richiedono una solitudine senza scampo ed una dedizione assoluta, "in quella regione dove mancano le condizioni per un vero soggiorno, dove bisogna vivere in una separazione incomprensibile, in una esclusione dalla quale si è in qualche modo esclusi come si è esclusi da se stessi, in quella regione dell'errore perché non vi si fa che errare senza fine" (Maurice Blanchot, Lo spazio letterario, Einaudi,1967, p.60)
Questa insanabile contraddizione, tra volontà di scrivere, abbandono totale alla parola e angoscia dell'assenza e della separazione radicale che la letteratura comporta non abbandonò mai del tutto Kafka. Il compimento dell'opera sarà sempre minacciato da esitazioni e interruzioni, così come l'impresa dell'agrimensore K. del Castello non giungerà mai a termine.  Del resto a Kafka sembrava che il tempo reale non fosse sufficiente. Come ha ben evidenziato Pietro Citati, egli "scriveva nel buio, nel silenzio, nella solitudine e nell'isolamento. La sola notte non gli bastava. Siccome la sua isprazione non veniva dall'alto ma dagli abissi, anche lui doveva scendere sempre più in basso, verso le profondità della terra; e giunto laggiù, rinchiudersi come quel carcerato che nella profondità dell'anima egli era" (Pietro Citati, Kafka, Rizzoli, 1987, p.57)
Avvertiva nell'atto della scrittura l'alterità radicale del nulla e del silenzio come animalità, la presenza occulta del caos della sacra Wildniss di cui parla Holderlin: per questo il suo luogo era la tana, metafora non solo della propria condizione esistenziale, ma anche dell'opera che con gli anni aveva costruito. Quest'ultima, infatti, era come un mondo sotterraneo di piccole piazzaforti e di oscure gallerie: lì erano nascoste tutte le parole che - come dettate da un demone sconosciuto - egli aveva trascritto; lì, ancora, si annidava il pericolo, ma anche lo scandaloso fascino della scrittura.
Mauro Germani

postato da: maurogermani alle ore 21:30 | link | commenti (2)
categorie: scrittura, kafka franz, germani mauro


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